IL NUOVO ORIENTAMENTO DELLA CASSAZIONE IN MERITO ALL’ ASSEGNO DIVORZILE

Tra il 10 e l’11 maggio del 2017 la Cassazione con le sentenze 11504 e 11538 ha modificato radicalmente i parametri da utilizzare ai fini della quantificazione dell’assegno divorzile, operando quella che può solo essere definita una “rivoluzione copernicana”, come ha fatto il Prof. Avv. Alberto Figone.
Fino ad ora la natura assistenziale dell’assegno divorzile doveva garantire al “coniuge debole” un tenore di vita analogo a quello avuto nel corso del matrimonio o a quello che si attendeva in forza delle aspettative maturate.
Questo orientamento giurisprudenziale poteva avere qualche ragione d’essere fin tanto che tra la separazione ed il divorzio dovevano intercorrere dapprima 5, poi 3 anni, ma non ha più alcuna ragione d’essere a seguito dell’introduzione del divorzio breve, e se non si vogliono creare inutili ed erronee aspettative di mantenimento nelle persone che, poco dopo, a seguito del divorzio perderanno tale assegno sarebbe il caso di rendere inapplicabile il parametro del tenore di vita anche alle separazioni. Il che, alcuni Tribunali hanno già fatto, come ad esempio il Tribunale di Roma con la sentenza n. 5126 del 14 marzo 2017 che ha respinto la richiesta di un assegno da parte di una moglie, che già utilizzava gratuitamente la casa coniugale quale genitore collocatario dei figli ed era altresì proprietaria di un immobile locato, e ciò perchè con il ricavato dalla locazione di detto immobile poteva provvedere alle proprie necessità, ed inoltre essendo giovane e laureata , ben poteva integrare il suo reddito con una attività lavorativa equivalente a quella svolta all’inizio della vita coniugale, abbandonata poi in occasione della nascita della prima figlia.
L’indirizzo giurisprudenziale espresso dalla Cassazione secondo il quale, in conseguenza della modifica legislativa apportata alla originaria l.898/70 dalla legge del 74/1987, avendo l’assegno divorzile natura eminentemente assistenziale, ne consegue che ai fini del riconoscimento del diritto all’assegno divorzile l’elemento determinante è l’autonomia economica della persona che lo richiede.
Viene spontaneo chiedersi, non essendo intervenute modifiche legislative, perché questo criterio non sia stato fino ad ora adottato dalla giurisprudenza sia nella separazione che nel divorzio, ma ci sia sempre riferiti al tenore di vita; a riguardo la risposta indicata proprio dal Dr. Lamorgese nell’articolo pubblicato nel marzo 2016 appare convincente. Nel suddetto articolo, infatti, si osserva a) che questo orientamento non ha tenuto conto della modifica legislativa del 1987, b) che lo stesso di conseguenza procrastina indefinitamente nel tempo il momento della fine degli effetti patrimoniali del vincolo coniugale, c) interpreta l’assegno divorzile come un modo per assicurare ad uno degli ex coniugi la conservazione del tenore di vita avuto durante il matrimonio, ed in buona sostanza è frutto di una concezione per la quale si riteneva in realtà indissolubile il matrimonio. Del resto è necessario ricordare come già nel 1990 queste considerazioni erano state poste nella sentenza n. 1652 del 1990 ove si legge con riferimento alla norma introdotta nel 1987 “la recente riforma ha inteso, tra l’altro, scongiurare, privilegiando, nel momento attributivo, la funzione esclusivamente assistenziale dell’assegno ed eliminando, con ciò, dal sistema quell’elemento di disturbo introdotto dal “diritto vivente” mediante l’attribuzione al coniuge debole dello stesso trattamento (in via di massima) da lui goduto in costanza di matrimonio, malgrado lo scioglimento di quest’ultimo.”
La modifica dell’orientamento giurisprudenziale della Cassazione comporta che nel giudizio per l’attribuzione dell’assegno di divorzio la valutazione relativa all’adeguatezza dei mezzi economici di cui dispone il richiedente deve essere compiuta con riferimento non al tenore di vita da lui goduto durante il matrimonio, ma ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso, quale, nei casi singoli, configurato dalla coscienza sociale.
Finalmente si afferma che con il divorzio si superano i reciproci doveri di assistenza morale e materiale tipici del matrimonio di talchè il principio di diritto affermato dalla sentenza 11504/17 ricalca quello espresso dall’art.156, 1° comma. c.c.. “il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.
La Cassazione ha poi opportunamente rilevato come il permanere di obblighi nei confronti dell’ex coniuge quali quelli di dovergli garantire, per un tempo indeterminato, il mantenimento del medesimo tenore di vita, possa creare: “un ostacolo alla costituzione di una nuova famiglia, successiva alla disgregazione del primo gruppo familiare, in violazione di un diritto fondamentale dell’individuo…che è ricompreso tra quelli riconosciuti dalla Cedu (art. 12) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 9)».
Posto quindi che il parametro per individuare il diritto all’assegno divorzile sia quello del mancato raggiungimento dell’autonomia economica la Cassazione ritiene che tale parametro trovi la sua fonte normativa nell’art.337 septies 1° comma c.c. in forza del quale : “Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. E’ di tutta evidenza che se questo principio funziona per i figli, garantiti stabilmente dal proprio status filiationis, a maggior ragione dovrà valere per il coniuge, che a seguito del divorzio non è più tale.
Dall’esame della sentenza 11504 del 2017 chiariscono come le caratteristiche dell’assegno divorzile sono :
1) la sua natura assistenziale;
2) il fatto che non deve essere attribuito a chi ha una propria indipendenza economica;
3) deve essere riconosciuto a chi non abbia a disposizione redditi sufficienti a consentirgli di condurre una vita libera e dignitosa;
4) deve essere quantificato nella misura che consenta al percipiente di condurre una vita libera e dignitosa;
5) non deve dare luogo ad illegittimi arricchimenti.
Di conseguenza la Cassazione afferma che per valutare la richiesta di attribuzione di un assegno divorzile il giudice deve “tener conto”, nella fase del quantum debeatur – informata al principio della «solidarietà economica» dell’ex coniuge obbligato alla prestazione dell’assegno nei confronti dell’altro in quanto “persona” economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell’assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all’esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[….] condizioni dei coniugi, [….] ragioni della decisione, [….] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [….] reddito di entrambi [….]»), e “valutare” «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell’assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 cod. civ.)”.
Conseguentemente se si vuole cercare di individuare quali siano i fondamentali indici per accertare l’indipendenza economica di chi richiede l’assegno divorzile è necessario verificar
a) il possesso di redditi di qualsiasi specie;
b) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu “imposti” e del costo della vita nel luogo di residenza («dimora abituale»: art. 43, secondo comma, cod. civ.) della persona che richiede l’assegno;
c) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo;
d) la stabile disponibilità di una casa di abitazione;
f) la possibilità di procurarsi redditi di qualsiasi specie.
In buona sostanza nel riconoscimento dell’assegno divorzile non sono consentite locupletazioni dato che la sentenza 11538/17 le bandisce esplicitamente sia in sede di determinazione di assegno di separazione, che di assegno divorzile, che si verificherebbero nel caso in cui venisse riconosciuto a persone titolari di redditi propri e ciò in applicazione del principio di diritto reso dalla sovrarichiamata sentenza della Cassazione n. 1652 del 1990 che afferma: “la valutazione relativa all’adeguatezza dei mezzi economici di cui dispone il richiedente deve essere compiuta con riferimento non al tenore di vita da lui goduto durante il matrimonio, ma ad un modello di vita economicamente autonomo e dignitoso” e quello reso dalla sentenza della Cassazione n. 11504/17 che dispone che “la mancanza di «mezzi adeguati» va accertata con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica” del richiedente”.
Di conseguenza l’assegno divorzile :
a) non dovrebbe essere riconosciuto a chi abbia raggiunto l’indipendenza economica;
b) andrebbe disposto in favore di chi disponga di redditi insufficienti a condurre un’esistenza libera e dignitosa;
c) dovrebbe essere quantificato nella misura che permetta il raggiungimento dello scopo di fornire redditi sufficienti a condurre un’esistenza libera e dignitosa, senza provocare illegittime locupletazioni;
d) dovrebbe essere finalizzato a permettere al coniuge, privo di mezzi adeguati, di acquisirli per essere al più presto economicamente indipendente.
Roma 9 giugno 2017
Marina Marino

A PROPOSITO DELLA PROVA NUOVA IN APPELLO

Commento a Cass. S.U. n.10790 del 7 maggio 2017

 

Proseguendo il percorso avviato con la sentenza n.12310/2015 incentrata sull’interpretazione dell’art.183 cpc, la Cassazione con la sentenza a Sezioni Unite del 4 maggio 2017 n.10790 introduce alla lettura esegetica dell’art.345 3° comma cpc.

Pur essendo la motivazione incentrata sul significato dell’inciso “salvo che il Collegio non li ritenga indispensabili ai fini della decisione della causa” –poi soppresso dalla L.134/2012 per il processo ordinario, ma rimasto efficace per il rito del lavoro ed il rito sommario ex artt.702 bis e segg.- la Corte chiarisce anche la portata del comma nella parte in cui, sottolineata l’inammissibilità di nuove prove in appello, introduce l’eccezione per le prove che la parte dimostri non di non aver potuto proporre o produrre in primo grado senza sua colpa. Ed in particolare fa luce su quali siano veramente le prove “nuove” di cui la parte, appellante o appellata, può avvalersi in secondo grado. Centrale appare sotto questo profilo il riferimento alle due tesi elaborate dalla dottrina, l’una più estensiva riferita al concetto di indispensabilità della prova contenuto nella parte abrogata per il giudizio ordinario e l’altra più restrittiva che può attagliarsi anche alle prove non prodotte in primo grado per causa non imputabile alla parte. In relazione a questo secondo orientamento la SC, anche richiamando precedenti sue pronunce, argomenta che la prova “nuova” è non soltanto quella avente ad oggetto un fatto nuovo, perché sopravvenuto, ma anche quella che –non allegata in primo grado o comunque preesistente- diventa rilevante “solo grazie al tenore della sentenza di primo grado…”. In altre parole, il Supremo Consesso fa rientrare nella prova nuova ammissibile in appello anche quella che si rende necessaria per scardinare la motivazione in diritto o l’interpretazione del fatto contenuta nella sentenza impugnata. Con la conseguenza che la novità della prova e quindi la sua rilevanza ai fini del thema decidendum “deve essere valutata in rapporto allo sviluppo dall’intero processo, comprensivo della sentenza di primo grado e di ciò che essa afferma a commento delle risultanze istruttorie”. E questo in nome del principio secondo cui deve privilegiarsi la realtà materiale documentabile in appello rispetto alla verità processuale emersa tempestivamente.

In estrema sintesi, c’è spazio in appello per prove non addotte o non ammesse in primo grado (ovviamente purché non viziate, queste, dalla inammissibilità o dalla manifesta irrilevanza) non soltanto quando la parte non le abbia proposte senza sua colpa –magari perché contenute in un documento che controparte ha occultato- ma anche quando la necessità di introdurle nel processo di appello sorga proprio dalla motivazione della sentenza impugnata o dall’errata ricostruzione del fatto posto a base del procedimento.

Si tratta di uno sviluppo interessante: rimane il timore che i Giudici di merito, così come avvenuto per la tesi proposta dalla SC con la sentenza a Sezioni Unite in tema di art.183 cpc citata in premessa, manifestino insofferenza verso questa lettura della norma e tardino ad accoglierla nella prassi dei nostri Tribunali.

Avv. Maria Rapino

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Commento alla sentenza CEDU del 23/02/2017 – ricorso n. 64297/12

Violazione dell’art. 8 della Convenzione

La sentenza in commento ha condannato il Governo Italiano per violazione dell’art. 8 della Convenzione, a causa  dei ritardi irragionevoli nel procedimento penale nei confronti del ricorrente, assolto dalla imputazione di abuso sessuale in danno dei figli minori.

La Corte ricorda che per un genitore ed un figlio stare insieme rappresenta un elemento fondamentale della vita familiare e che i provvedimenti interni che impediscono ciò, costituiscono un’ingerenza nel diritto tutelato dall’art. 8 della Convenzione.

Finalità dell’art. 8, infatti, è anche quella di tutelare l’individuo dalle ingerenze arbitrarie del Governo. Lo Stato è tenuto ad adottare provvedimenti volti a riunire genitori e figli.

I provvedimenti volti alla riunificazione dei genitori e figli devono essere adottati rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere conseguenze irreparabili per i rapporti tra il figlio ed il genitore che non vive con lui.

Ciò comporta che in presenza di un giudizio penale, è obbligo dello Stato Italiano garantire che il giudizio arrivi a definizione in tempi ragionevoli, e ciò perché il giudizio penale ha un impatto diretto e determinante sul diritto alla vita familiare dell’imputato, diritto che, tanto più nel caso di assoluzione,  deve essere ripristinato nel più breve tempo possibile, nello stesso interesse di tutti i componenti del nucleo familiare.

 Avv. Giovanni Maria Giaquinto 

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